EXTENDED BOOK • L'amore che devi • La recensione della libraia

EXTENDED BOOK • L'amore che devi • La recensione della libraia

EXTENDED BOOK • L'amore che devi • La recensione della libraia EXTENDED BOOK • L'amore che devi • La recensione della libraia

Arianna Orrù, libraia Giunti (di Genova Fiumara), ha recensito "L'amore che devi" di Sara Maria Serafini dopo aver ricevuto una copia in anteprima. Ecco il suo pezzo:

“L’amore che devi” di Sara Maria Serafini è uno di quei libri nei quali sprofondi un poco alla volta. Scivoli nella storia, ti sovrapponi ai personaggi, ti addentri in un tempo prismatico e ti scomponi in minuscole parti, poi continui a cercarti come insieme. Un viaggio interiore dal quale hai paura di non tornarne superstite, o di riemergere cambiato per sempre. Allora imbarchi emozioni, boccheggi, annaspi, ma, invece di affogare, in quel liquido amniotico, ti salvi. “L’amore che devi” è la risposta a domande scomode che rimbalzano tra la testa e il cuore, senza mai arrivare alle labbra, restando opachi sussurri, sillabe masticate e sputate prima che diventino parole e frasi. Perchè certe domande disorientano, sono una miccia innescata, e creano crepe sottilissime che fagocitano le certezze.

Allora ci si ritrova nudi davanti a uno specchio e non si può più fare finta di nulla.

Non sei felice. Ora lo sai.

E affrontare il “dopo”, rimettere insieme i pezzi, è una sassata in pieno viso.

“L’amore che devi” è una corda tesa, un percorso interiore doloroso e corrosivo. Senza censure.

Violante, la protagonista, è una donna in gabbia e, in quella gabbia, ci si è messa con le sue mani quando si è accomodata in una vita addomesticata, senza angoli da svoltare, senza sorprese. Fiacca.

Quando ha deciso di ripiegarla sovrapponendone i bordi ordinati, evitando di sgualcirli; quando l’ha messa su un binario senza fermate e senza scambi. Poi, la vita, l’ha colta di sorpresa. Alle spalle.

Il passato torna ancora una volta a bussarle sulla schiena, e le mani sono quelle di Riccardo.

Basta un tocco, uno sguardo e lei torna ad amarlo dello stesso amore potente e incorruttibile, come se il diaframma del tempo non si fosse mai contratto, come se il segmento della distanza non ne avesse manomesso le sensazioni. Violante sente di perdere gli appigli, l’unità di misura intorno, il suo suolo di moglie e di madre. Si fa liquida, e affonda nel senso di colpa.

Il desiderio diventa un dolore insistente e debordante, un interlocutore sempre presente, e il lettore ne percorre le orme a fatica, seguendo un ritmo frammentato e vorticoso.

Riccardo è assenza dolorosa ed epifania improvvisa, è origine e deriva. Riccardo è un disegno a mano libera, uno scarabocchio su un foglio bianco. Riccardo sporca e purifica.

E Violante, donna-bambina, resta con un desiderio di possibilità aperta attaccato alla pelle, come se il suo cuore fosse un organo dalla serratura difettosa, che non chiude. Allora si aggrappa alle sue certezze, per non precipitare all’indietro. Si lascia custodire dalla sequenza esatta del vivere.

L’incontro con Riccardo, l’amore scomposto di tutta una vita, è un inciampo al quale non è preparata, il corto circuito che crea la collisione tra le sue due essenze, i suoi due mondi paralleli.

Allora Lorenzo, suo marito, diventa quella parte di lei in cui non si riconosce più, l’incastro che non scatta, l’immagine opaca su un vetro, la soluzione facile a un dolore difficile, l’artificio.

Violante è una donna in subbuglio, in allarme.

Per quanto tempo si può fingere? Per quanto tempo si può fare gli equilibristi senza cadere?

Prova a tenere attaccati i pezzi, cambia prospettiva, si distacca da sé. Si sdoppia, si sovrappone, si sfida e si ferisce. Tutto pur di sentirsi viva, tutto pur di non rinunciare a nulla. Una bulimia che non può riempire vuoti e spazi, però, di chi non sa restare. E allora, quei vuoti e quegli spazi si riempiono di altre braccia, di altre bocche, di altre vite di passaggio.

“L’amore che devi” è un appuntamento con le nostre paure, con le nostre fragilità, con i desideri sommersi e gli appuntamenti mancati. E’ una forza centripeta che ci fa convergere davanti a un bivio, ci chiede di scegliere una strada e imboccarla senza voltarci. Senza esitazioni.

Quanto conta la felicità?

La felicità è questione di attimi, non è mai definitiva. E Violante lo sa.

Allora la cerca nelle istantanee sbiadite della famiglia, la ruba agli amplessi clandestini, la ritaglia seguendo la forma del sorriso dei suoi figli. Ne fa scorta. Con Lorenzo si assicura la distanza di sicurezza per sopravvivere, da Riccardo si lascia abitare e travolgere.

Antidoto e veleno sono fatti della stessa sostanza, solo in misura diversa.

Violante riesce nell’impresa titanica di far convivere due mondi, come due germogli innestati sullo stesso ramo che crescono fragili e diffidenti. Si cuce addosso ruoli stretti come corazze, smette di respirare, finge di starci comoda dentro, ma poi esplode, lacerandoli, e resta esposta come un guscio d’uovo.

“L’amore che devi” è il romanzo del conflitto, dell’urgenza e della consapevolezza. Ogni elemento, legato da un sottile fil rouge, serve da coordinata per calarsi nell’abisso, guardare la realtà attraverso il caleidoscopio dell’immaginazione e tornarne indietro indenni.

Ma come si sopravvive alla corruzione del mondo reale?

Nella dimensione del possibile tutto resta intatto, impegnato solo a nutrire l’ideale stesso di perfezione. Ma fuori c’è il mondo che urla e richiede attenzione. Ci sono i valori, le promesse, le cose da grandi che non si possono disattendere. L’istante perfetto è un insetto nell’ambra.

Esiste quindi un “istante perfetto”?

Esistono incroci che si evitano per paura, esiste un tempo in cui ci si sente invincibili ed eterni, esiste un momento che resta impresso nella mente come un fotogramma, come un marchio. E allora sta a noi decidere se saltare oppure no, se afferrare quella mano o lasciarla andare, se scendere da quel treno o continuare la corsa. Perchè “basta poco a sbagliarsi le vite, a scegliere tutto, per non scegliere niente”.



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