Non è che io non amassi i bambini. È solo che preferivo non entrare in rotta di collisione con l'onda d'urto generata dai loro strilli. Non ho mai preso in braccio un neonato ("No, grazie, ho paura di romperlo"), al ristorante scannerizzavo la sala per sedermi il più lontano possibile dalle famiglie accessoriate di pupi potenzialmente urlanti, prenotavo vacanze in hotel childfree e rifuggivo come la peste da quelle noiosissime conversazioni a base di cacche, pappe e maestre d'asilo, tipiche delle amiche figliate. Insomma, superati i 30, in una relazione stabile, mi stavo avviando serenamente a un'esistenza priva di bambini; il mio orologio biologico sembrava senza pila, o privo di allarme.
Però, appunto, non è che non amassi i bambini tout court. Ero più terrorizzata dalla gravidanza e dal parto. Perdevo sistematicamente i sensi a ogni racconto splatter di travaglio e parto. E, spesso, non amavo le madri.
Stentavo a riconoscere le amiche di un tempo nel loro nuovo ruolo di genitrici monomaniache e monotematiche. Avevo paura di diventare così. Mi chiedevo come fosse possibile che donne piene di interessi e passioni si trasformassero in quel modo a causa "solo" di un neonato. Certo, ogni tanto incontravo qualche raro esemplare di madre illuminata; ma l'eccezione serviva solo a confermare la regola. E, tanto per chiarire il mio stato d'animo, solo due mesi prima del "fattaccio", ossia di restare incinta, sul blog scrivevo post di questo tono: Childfree o madri martiri?
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